L’arte di chiedere è quella di mettersi in gioco (anche per i media)

Ti esibisci come mimo sul marciapiedi chiedendo un po’ di soldi ai passanti: oggettivamente è difficile credere che quello che stai facendo rappresenti, per chiunque dotato di un briciolo di buonsenso, un serio modello di business per il futuro. Forse non lo rappresentava nemmeno per lei, Amanda Palmer, quando come un “fenomeno da baraccone” si esibiva travestita da “sposa alta due metri” in piedi su una cassa all’incrocio della strada e qualcuno passando le gridava: “trovati un lavoro!”

Ma le cose sono sempre un po’ più complesse di quanto possono apparire a un primo sguardo. Qualche anno dopo infatti, Amanda grazie a un progetto di crowdfunding -che ha fatto storia e sollevato qualche polemica- ha raccolto 1,2 milioni di dollari, andando ben oltre i 100mila richiesti, attraverso la donazione di circa 25mila persone coinvolte attraverso la celebre piattaforma online Kickstarter.

E sì, l’”essenza” di questa case history di finanziamento sta proprio là, nelle cose che Amanda Palmer –cantante, performer (e un sacco di altre cose) molto attiva online e nelle reti sociali– ha capito standosene in piedi su quella cassa, dove scambiava uno sguardo con i passanti mentre le offrivano qualche spicciolo. Quello che ha capito da quella esperienza lo ha raccontato in questo talk “The art of asking”, che sta facendo molto parlare di sé e sta raccogliendo molti consensi (Maria Popova non l’ultima arrivata lo ha definito il migliore TEDTalk di sempre, per dire).

L’atto di chiedere – ci dice la Palmer – crea una relazione, una connessione “peer to peer”, tra le persone. E se sei capace di creare una connessione, vera e intensa, è molto probabile che quelle persone abbiano poi il desiderio di realizzare qualcosa con (per) te.

“Non avevo idea della vera istruzione che stavo ricevendo per l’industria della musica su quella cassa […] Quando ci guardiamo veramente l’uno con l’altro vogliamo aiutarci l’uno con l’altro. Le persone sono ossessionate dalle domande sbagliate, una di queste è: come possiamo convincere le persone a pagare la musica? Che ne dite se invece cominciassimo a chiederci: Cosa dobbiamo fare per lasciare che la gente paghi la musica”.

Insomma non chiederti come fare per obbligare la gente a pagare per quello che fai, comincia a costruire dei rapporti per i quali la gente senta la necessità di farlo.

Anzi, possiamo dire ancora meglio: comincia a pensare a quello che fai (la tua performance, la tua musica, ma anche il tuo romanzo, il tuo reportage, il tuo servizio giornalistico) in relazione alle sue potenzialità di generare relazioni con le persone. Quello è il suo reale valore oggi. Ed è quello per cui probabilmente la gente potrà sentire il bisogno di pagare per quello che fai.

Internet, le reti sociali, stanno mettendo in discussione molti dei paradigmi della vecchia industria. Questioni di scala da ricalibrare e ripensare: 25mila persone che acquistano la copia di un disco di una rock band sono un’inezia, un vero fallimento per gli standard di una major discografica, ma sono più che sufficienti invece, nel mondo di internet, per finanziare quella stessa band e raccogliere in qualche settimana oltre un milione di dollari.

Un principio da tenere di conto non certo soltanto per l’industria discografica ma, oggi più che mai, anche per il mondo dei media e del giornalismo (che poi sarà l’argomento del quale mi occuperò qui, perlopiù). I media, le grandi testate sono alla disperata ricerca del loro Sacro Graal: il modello di business che possa salvarli dalla loro profondissima crisi, nella quale si sono cacciati (e ahimè la domanda che ancora oggi si pongono la maggior parte dei loro dirigenti è: come obbligare il lettore a pagare per quei contenuti che oggi può trovare gratuitamente?).

Jeff Jarvis, uno da seguire se si vuol capire davvero come sta trasformandosi il mondo dell’informazione, ispirato proprio dal talk della Palmer, ha scritto questo bel post “Voluntary Media” nel quale riflette sulla reale possibilità di costruire dei media finanziati volontariamente dai lettori. Da quel post leggo una frase che bisognerebbe stampare a caratteri cubitali e affiggere all’ingresso di ogni redazione:

“Il valore dei media non è necessariamente intrinseco nei contenuti – nel senso che ‘devi pagare per questo prodotto perché il lavoro nel crearlo ha un valore’ – ma può essere realizzato nelle relazioni che si formano intorno a quel contenuto”.

È un concetto che chi vuole pensare oggi a un giornale che abiti realmente i nuovi ecosistemi dell’informazione non può più permettersi di ignorare. Ad esempio scrive Federico Badaloni un architetto dell’informazione: “i contenuti sono lo strumento necessario per generare valore, ma il valore nasce dalle interazioni che si creano tra i contenuti e tra le persone”.

Non pensiamo solo al crowdfunding, che per il giornalismo può funzionare, come anche no (se avete voglia di leggerlo sull’argomento ho scritto qualcosa qui), ma a tutta una serie di pratiche che coinvolgano davvero il lettore anche, perché no?, nel processo produttivo del giornalismo: selezione, verifica e distribuzione dei contenuti. I giornali hanno visto il lettore per troppo tempo come una figura indistinta, di fondo, senza relazionarsi con lui veramente. Senza pensare a lui come il centro motore del proprio lavoro.

Credo che una cosa sia chiara a tutti: per gli editori sarà difficile realizzare un qualsivoglia modello economico vincente per i loro giornali (online e offline che siano) senza riacquistare autorevolezza e credibilità agli occhi dei lettori. Una credibilità persa, anno dopo anno, soprattutto per aver reso sempre più marginale il contributo dei lettori (magari a favore, come accade da noi, dell’establishment politico che ogni anno elargisce finanziamenti pubblici dai quali le testate sempre più dipendono economicamente). E il lettore ha avvertito il mondo dei media tradizionali come qualcosa di sempre più distante. Qualcosa del quale lui non faceva parte, non lo rappresentava.

C’è chi ha capito che qualcosa doveva cambiare. È nato l’open journalism (del quale il Guardian è uno dei più importanti portabandiera) e in qualche redazione si è cominciato ad applicare decise politiche di community engagement, ovvero di interazione, relazione e ascolto con la comunità dei propri lettori. E non è solo questione di strumenti digitali ma di ripensare completamente al modo di relazionarsi con i tuoi referenti. Non solo con l’uso delle nuove tecnologie, dei social network ma anche, semplicemente, spalancando le porte della redazione ai propri lettori per creare uno spazio aperto di incontro e confronto con la comunità di riferimento, come hanno fatto una serie di giornali locali negli Stati Uniti.

Sono solo alcuni dei molti strumenti che oggi posso essere messi in opera per guardare in faccia i propri lettori (il proprio pubblico) e dialogarci. Amanda ce lo ha mostrato, salendo su una cassa per esibirsi per i passanti o bussando alla porta di casa suoi fan dove si faceva ospitare anche se abitavano in quartieri decisamente poco raccomandabili. Un modo per stabilire con loro un contatto, e capire alcune cose importanti su di loro, su lei stessa e su cosa la sua musica poteva rappresentare per sé e per gli altri.

Chiedere rende vulnerabili” è un altro passo memorabile del talk della Palmer. Già, per questo in genere abbiamo reticenza nel farlo. Ma è davvero impensabile che la fiducia delle persone possa essere conquistata anche grazie alla propria vulnerabilità? Rendersi vulnerabili in fondo è un bel modo per scendere da un piedistallo, piccolo o grande che sia, dove credi (chissà perché) di aver diritto di stare. È l’occasione per ripensare e reinventare il vero senso del tuo ruolo e della tua professione all’interno della società. L’arte di chiedere è anche quella di sapersi mettersi davvero in gioco. È ora di cominciare.

 @leliosimi

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Informazioni su Lelio Simi

Mi sono formato nella carta stampata, dove sono diventato giornalista professionista. Dal 2001 comincio a occuparmi di informazione sul web nella redazione fiorentina di una delle prime online-media company italiana. Da diversi anni svolgo l'attività di freelance occupandomi prevalentemente dei temi legati all'innovazione, all'economia al sociale e alle nuove tecnologie. Ho un blog personale Senzamegafono (http://senzamegafono.com/ ) sul quale da qualche tempo appunto idee e osservazioni sul rapporto tra giornalismo, i nuovi giornalismi e il mondo digitale.

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